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NOTE DI REGIA

 

In questo periodo di reclusione più o meno serrata, di abitudini violate, di tamponi e mascherine, ecc. mi sono tornati in mente gli anni della mia infanzia, gli anni ’60, dove tutto era (o forse mi sembrava) bello da vedere, da provare, da vivere. Erano gli anni del boom economico postbellico, dove tutto era da ricostruire e le cose, voltandosi indietro (la catastrofe del conflitto mondiale era più o meno di soli vent’anni prima), non si poteva che vederle in modo positivo. Erano gli anni dell’ottimismo, ma anche della dignità. La fine della guerra aveva restituito in ogni parte del mondo, pari dignità a tutti gli esseri umani, senza più inique distinzioni. Era ancora da realizzare però, in quegli anni, una certa uguaglianza sociale, dato che molti, trovandosi in difficoltà, furono costretti ad emigrare.
Ma è stata soprattutto una generica nostalgia della mia gioventù, di quel periodo allegro e spensierato, che più o meno tutti abbiamo vissuto, a farmi scegliere di portare in teatro le storie di Marcovaldo, generate dalla fantasia, innescata da un’acuta osservazione della realtà, di Italo Calvino.
Marcovaldo si potrebbe definire come un rappresentante del proletariato, definizione che oggi ha un’accezione prettamente negativa.
Calvino invece ne ha fatto un piccolo eroe moderno, capace di mille invenzioni ed espedienti, non tanto per sbarcare il lunario, quanto per vivere un po’ meglio. La sua famiglia di 5 figli (Isolina, Fiordaligi, Filippetto, Pietruccio e Michelino) con la moglie Domitilla vive dapprima in un seminterrato, poi in una soffitta terrazzata, facendo intuire una certa, seppur relativa, ascesa sociale. Lui fa il facchino in un magazzino industriale di una grande città, forse Torino. Marcovaldo è consapevole della sua situazione, ma piuttosto che nelle rivendicazioni (che saranno tipiche degli anni 70), si concentra sulle situazioni, a volte scoprendo lati poetici da buon selvaggio, altre affinando la mente a possibili risvolti utilitaristici, capaci di aumentare “il consueto magro desinare”.
Ecco, in un momento dove ognuno non fa che lamentarsi e aspettare che passi la buriana, ricordiamoci di chi in quegli anni si rimboccava maniche e cervello per migliorare la propria vita, senza mai perdere la propria dignità. Marcovaldo è un’esponente di un quotidiano condiviso da molti italiani, che abbandonavano le campagne in cerca di un futuro migliore.
Per tutto questo nel 1970 Nanni Loy tradusse in immagini i racconti di Marcovaldo, mettendosi lui stesso nei panni del protagonista in uno sceneggiato tv, purtroppo oggi dimenticato.
 

 

LOCANDINA / PROGRAMMA DI SALA

 

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CONTENUTI  ESTERNI

 

 

 

Con

 

FRANCO CESARONI

FRANCESCO CORLIANò

 

e la straordinaria partecipazione di

Solobraga jazz sextet

 

clarinetto e sassofono

Antonio Balestrieri


tromba e flicorno

Riccardo Bufalari
 

pianoforte

Luca Forlani


contrabbasso

Glauco Generali
 

chitarra

Filippo Guido
 

batteria

Massimo Messina

 

 

Regia di Franco Cesaroni

 

Tecnico audio

Alessandro Vastarella